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	<title>GaBlog &#187; Parole</title>
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	<description>Gabriella Paolini mindlog ... photos and words</description>
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		<title>Io non amo la gente perfetta</title>
		<link>http://www.gabit.com/2006/05/22/io-non-amo-la-gente-perfetta</link>
		<comments>http://www.gabit.com/2006/05/22/io-non-amo-la-gente-perfetta#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 May 2006 09:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Io non amo la gente perfetta,
quelli che non sono mai caduti 
o che non hanno mai inciampato. 
A loro non si è svelata la bellezza della vita. 
Boris Pasternak







]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2"><strong>Io non amo la gente perfetta,</strong></font></p>
<p><font size="2"><strong>quelli che non sono mai caduti</strong></font><font size="2"><strong> </strong></font></p>
<p><font size="2"><strong>o che non hanno mai inciampato.</strong></font><font size="2"><strong> </strong></font></p>
<p><font size="2"><strong>A loro non si è svelata la bellezza della vita.</strong></font><font size="2"><strong> </strong></font></p>
<p><font size="2"><strong><em>Boris Pasternak</em></strong></font></p>
<p><font size="2"><strong><em></p>
<table bgColor="#ff0000" align="center">
<tr>
<td bgColor="#ff0000"><img width="320" src="http://www.gabit.com/images/articles/20060522111347997_1.JPG" height="313" /></td>
</tr>
</table>
<p></em></strong></font></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>E&#8217; quel che è &#8211; Erich Fried</title>
		<link>http://www.gabit.com/2003/04/12/e-quel-che-e-erich-fried</link>
		<comments>http://www.gabit.com/2003/04/12/e-quel-che-e-erich-fried#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2003 13:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.gabit.com/WP/?p=104</guid>
		<description><![CDATA[Adoro questa poesia e molte altre di Erich Fried
E&#8217; quel che è 
E&#8217; assurdo
dice la ragione
E&#8217; quel che è
dice l&#8217;amore
E&#8217; infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E&#8217; vano
dice il giudizio
E&#8217; quel che è
dice l&#8217;amore
E&#8217; ridicolo
dice l&#8217;orgoglio
E&#8217; avventato
dice la prudenza
E&#8217; impossibile
dice l&#8217;esperienza
E&#8217; quel che è
dice l&#8217;amore.

Erich Fried
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adoro questa poesia e molte altre di Erich Fried</p>
<p><font size="+2"><strong>E&#8217; quel che è</strong> </font></p>
<p><font size="+1">E&#8217; assurdo<br />
dice la ragione<br />
E&#8217; quel che è<br />
dice l&#8217;amore</font></p>
<p><font size="+1">E&#8217; infelicità<br />
dice il calcolo<br />
Non è altro che dolore<br />
dice la paura<br />
E&#8217; vano<br />
dice il giudizio<br />
E&#8217; quel che è<br />
dice l&#8217;amore</font></p>
<p><font size="+1">E&#8217; ridicolo<br />
dice l&#8217;orgoglio<br />
E&#8217; avventato<br />
dice la prudenza<br />
E&#8217; impossibile<br />
dice l&#8217;esperienza</font></p>
<p><font size="+1">E&#8217; quel che è<br />
dice l&#8217;amore.<br />
</font></p>
<p><em>Erich Fried</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Sta arrivando il 2000 &#8211; Gabriella Paolini</title>
		<link>http://www.gabit.com/2003/04/12/sta-arrivando-il-2000-gabriella-paolini</link>
		<comments>http://www.gabit.com/2003/04/12/sta-arrivando-il-2000-gabriella-paolini#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2003 13:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ho scritto per un corcorso del &#34;Corriere della Sera&#34; di diversi anni fa.
Sta arrivando il 2000
L&#8217;aria di Roma ? sempre dolce ed accogliente, anche il 31 dicembre. Per le strade c&#8217;? il vociare allegro, un&#8217;occasione per stare tutti insieme e divertirsi e dimenticare l&#8217;anno passato, il secolo che se ne va; i colori e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ho scritto per un corcorso del &quot;Corriere della Sera&quot; di diversi anni fa.</p>
<p>Sta arrivando il 2000</p>
<p>L&#8217;aria di Roma ? sempre dolce ed accogliente, anche il 31 dicembre. Per le strade c&#8217;? il vociare allegro, un&#8217;occasione per stare tutti insieme e divertirsi e dimenticare l&#8217;anno passato, il secolo che se ne va; i colori e le luci di Roma sono sempre quelli, d&#8217;inverno, d&#8217;estate. Cambiano soltanto le sfumature se li bagna la pioggia o li ravviva il sole. Sono quelli che conosco da quando ho deciso che sarebbe diventata la mia citt? e mi sono lasciata adottare senza grosse difficolt?, n? da parte mia, n? da parte sua.<br />
-Auguri, bellezza &#8230; Brindiamo al nuovo anno, al 2000&#8230; </p>
<p>La voce ? una, ma si ripete ed ? sempre la stessa che si rincorre per le vie del centro, fra i compagni di una notte, di questa prima notte del 2000. </p>
<p>Mancano pochi minuti all&#8217;arrivo di questo nuovo anno e noi lo aspettiamo abbracciati sui gradini di una chiesa, oppure ballando, all&#8217;ultimo piano di un palazzo di periferia. Sar? ancora un raccordo di emozioni fra il nuovo ed il vecchio, fra rimpianti ed aspettative, fra ricordi e bisogni, questo San Silvestro passato con gli amici, in centro, a festeggiare. </p>
<p>- Che sia un anno meraviglioso, questo 2000&#8230; </p>
<p>E&#8217; la televisione che ha iniziato il conto alla rovescia, e li vedi i bambini sul terrazzo che aspettano i botti ed i nonni che non aspettano, sotto le coperte, perch? ? meglio non pensare, perch? ? meglio dimenticare anche se questa ? una notte colma di speranza, anche se questa ? la prima notte del duemila. </p>
<p>Eccolo il 2000. </p>
<p>Ci saranno le solite promesse e le solite bugie anche se quest&#8217;anno tutto sar? reso pi? particolare, pi? nuovo, pi? splendido e scintillante, perch? questo, signori e signore, ? il 2000. Bello, tondo, difficile da sbagliare. Quest&#8217;anno a gennaio non scriveremo &quot;5 gennaio 1999&quot;, perch? resta ben impresso nella mente che questo ? il 2000. Un duemila fatto di uomini e di paure. Di uomini e di donne, perch? questo 2000 sar? ancora difficile, sar? ancora violento per le donne. Un anno di guerre e di sofferenze, di bambini che muoiono e di computer nuovi che ci aiutano a lavorare meglio. Sar? un anno di figli di puttana e di bravi ragazzi, di figli di pap? e di signore che risparmiano nel fare la spesa ed il loro mondo ? tutto l?. Sar? un anno di passione e di malinconia, di figli in cerca di una madre e di madri con un figlio che ? di troppo, di litigi feroci e di sangue amaro, di aranciata amara e di ombrelloni colorati e sabbia sporca d&#8217;estate. Sar? un anno di AIDS e di amore, amore quello vero, quello che ti sogno e tu sei cos? lontana, di esseri umani che si vendono o che sono venduti, di rapporti anali e di mogli picchiate. Sar? un anno, il duemila, un anno come tutti gli anni. </p>
<p>E chiss? cosa m&#8217;aspettavo io dal 2000 ? </p>
<p>Gabriella Paolini</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il pianto della scavatrice &#8211; Pier Paolo Pasolini</title>
		<link>http://www.gabit.com/2003/04/12/il-pianto-della-scavatrice-pier-paolo-pasolini-2</link>
		<comments>http://www.gabit.com/2003/04/12/il-pianto-della-scavatrice-pier-paolo-pasolini-2#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2003 11:07:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gabi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Il pianto della scavatrice

Pier Paolo Pasolini
I
Solo l&#8217;amare, solo il conoscere
conta, non l&#8217;aver amato,
non l&#8217;aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L&#8217;anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><center><font face="verdana" size="+2"><strong>Il pianto della scavatrice</strong></font><br />
</center></p>
<p align="right"><font size="+1"><em>Pier Paolo Pasolini</em></font></p>
<p>I<br />
Solo l&#8217;amare, solo il conoscere<br />
conta, non l&#8217;aver amato,<br />
non l&#8217;aver conosciuto. Dà angoscia</p>
<p>il vivere di un consumato<br />
amore. L&#8217;anima non cresce più.<br />
Ecco nel calore incantato</p>
<p>della notte che piena quaggiù<br />
tra le curve del fiume e le sopite<br />
visioni della città sparsa di luci,</p>
<p>scheggia ancora di mille vite,<br />
disamore, mistero, e miseria<br />
dei sensi, mi rendono nemiche</p>
<p>le forme del mondo, che fino a ieri<br />
erano la mia ragione d&#8217;esistere.<br />
Annoiato, stanco, rincaso, per neri</p>
<p>piazzali di mercati, tristi<br />
strade intorno al porto fluviale,<br />
tra le baracche e i magazzini misti</p>
<p>agli ultimi prati. Lì mortale<br />
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,<br />
alla stazione di Trastevere, appare</p>
<p>ancora dolce la sera. Ai loro rioni,<br />
alle loro borgate, tornano su motori<br />
leggeri &#8211; in tuta o coi calzoni</p>
<p>di lavoro, ma spinti da un festivo ardore<br />
i giovani, coi compagni sui sellini,<br />
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori</p>
<p>chiacchierano in piedi con voci<br />
alte nella notte, qua e là, ai tavolini<br />
dei locali ancora lucenti e semivuoti.</p>
<p>Stupenda e misera città,<br />
che m&#8217;hai insegnato ciò che allegri e<br />
feroci</p>
<p>gli uomini imparano bambini,<br />
le piccole cose in cui la grandezza<br />
della vita in pace si scopre, come</p>
<p>andare duri e pronti nella ressa<br />
delle strade, rivolgersi a un altro uomo<br />
senza tremare, non vergognarsi</p>
<p>di guardare il denaro contato<br />
con pigre dita dal fattorino<br />
che suda contro le facciate in corsa</p>
<p>in un colore eterno d&#8217;estate;<br />
a difendermi, a offendere, ad avere<br />
il mondo davanti agli occhi e non</p>
<p>soltanto in cuore, a capire<br />
che pochi conoscono le passioni<br />
in cui io sono vissuto:</p>
<p>che non mi sono fraterni, eppure sono<br />
fratelli proprio nell&#8217;avere<br />
passioni di uomini</p>
<p>che allegri, inconsci, interi<br />
vivono di esperienze<br />
ignote a me. Stupenda e misera</p>
<p>città che mi hai fatto fare<br />
esperienza di quella vita<br />
ignota: fino a farmi scoprire</p>
<p>ciò che, in ognun, era il mondo.<br />
Una luna morente nel silenzio,<br />
che di lei vive, sbianca tra violenti</p>
<p>ardori, che miseramente sulla terra<br />
muta di vita, coi bei viali, le vecchie<br />
viuzze, senza dar luce abbagliano</p>
<p>e, in tutto il mondo, le riflette<br />
lassù, un po&#8217; di calda nuvolaglia.<br />
È la notte più bella dell&#8217;estate.</p>
<p>Trastevere, in un odore di paglia<br />
di vecchie stalle, di svuotate<br />
osterie, non dorme ancora.</p>
<p>Gli angoli bui, le pareti placide<br />
risuonano d&#8217;incantati rumori.<br />
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa</p>
<p>- sotto festoni di luci ormai sole -<br />
verso i loro vicoli, che intasano<br />
buio e immondizia, con quel passo blando</p>
<p>da cui più l&#8217;anima era invasa<br />
quando veramente amavo, quando<br />
veramente volevo capire.</p>
<p>E, come allora, scompaiono cantando.</p>
<p>II<br />
Povero come un gatto del Colosseo,<br />
vivevo in una borgata tutta calce<br />
e polverone, lontano dalla città</p>
<p>e dalla campagna, stretto ogni giorno<br />
in un autobus rantolante:<br />
e ogni andata, ogni ritorno</p>
<p>era un calvario di sudore e di ansie.<br />
Lunghe camminate in una calda caligine,<br />
lunghi crepuscoli davanti alle carte</p>
<p>ammucchiate sul tavolo, tra strade di<br />
fango,<br />
muriccioli, casette bagnate di calce</p>
<p>e senza infissi, con tende per porte&#8230;<br />
Passano l&#8217;olivaio, lo straccivendolo,<br />
venendo da qualche altra borgata,</p>
<p>con l&#8217;impolverata merce che pareva<br />
frutto di furto, e una faccia crudele<br />
di giovani invecchiati tra i vizi</p>
<p>di chi ha una madre dura e affamata.<br />
Rinnovato dal mondo nuovo,<br />
libero &#8211; una vampa, un fiato</p>
<p>che non so dire, alla realtà<br />
che umile e sporca, confusa e immensa,<br />
brulicava nella meridionale periferia,</p>
<p>dava un senso di serena pietà.<br />
Un&#8217;anima in me, che non era solo mia,<br />
una piccola anima in quel mondo</p>
<p>sconfinato,<br />
cresceva, nutrita dall&#8217;allegria<br />
di chi amava, anche se non riamato.</p>
<p>E tutto si illuminava, a questo amore.<br />
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,<br />
e però maturato dall&#8217;esperienza</p>
<p>che nasceva ai piedi della storia.<br />
Ero al centro del mondo, in quel mondo<br />
di borgate tristi, beduine,</p>
<p>di gialle praterie sfregate<br />
da un vento sempre senza pace,<br />
venisse dal caldo mare di Fiumicino,</p>
<p>o dall&#8217;agro, dove si perdeva<br />
la città fra i tuguri; in quel mondo<br />
che poteva soltanto dominare,</p>
<p>quadrato spettro giallognolo<br />
nella giallognola foschia,<br />
bucato da mille file uguali</p>
<p>di finestre sbarrate, il Penitenziario<br />
tra vecchi campi e sopiti casali.<br />
Le cartacce e la polvere che cieco</p>
<p>il venticello trascinava qua e là,<br />
le povere voci senza eco<br />
di donnette venute dai monti</p>
<p>Sabini, dall&#8217;Adriatico, e qua<br />
accampate, ormai con torme<br />
di deperiti e duri ragazzini</p>
<p>stridenti nelle canottiere a pezzi,<br />
nei grigi, bruciati calzoncini,<br />
i soli africani, le piogge agitate</p>
<p>che rendevano torrenti di fango<br />
le strade, gli autobus ai capolinea<br />
affondati nel loro angolo</p>
<p>tra un&#8217;ultima striscia d&#8217;erba bianca<br />
e qualche acido, ardente immondezzaio&#8230;<br />
era il centro del mondo, com&#8217;era</p>
<p>al centro della storia il mio amore<br />
per esso: e in questa<br />
maturità che per essere nascente</p>
<p>era ancora amore, tutto era<br />
per divenire chiaro &#8211; era,<br />
chiaro! Quel borgo nudo al vento,</p>
<p>non romano, non meridionale,<br />
non operaio, era la vita<br />
nella sua luce più attuale:</p>
<p>vita, e luce della vita, piena<br />
nel caos non ancora proletario,<br />
come la vuole il rozzo giornale</p>
<p>della cellula, l&#8217;ultimo<br />
sventolio del rotocalco: osso<br />
dell&#8217;esistenza quotidiana,</p>
<p>pura, per essere fin troppo<br />
prossima, assoluta per essere<br />
fin troppo miseramente umana.</p>
<p>III<br />
E ora rincaso, ricco di quegli anni<br />
così nuovi che non avrei mai pensato<br />
di saperli vecchi in un&#8217;anima</p>
<p>a essi lontana, come a ogni passato.<br />
Salgo i viali del Gianicolo, fermo<br />
da un bivio liberty, a un largo alberato,</p>
<p>a un troncone di mura &#8211; ormai al termine<br />
della città sull&#8217;ondulata pianura<br />
che si apre sul mare. E mi rigermina</p>
<p>nell&#8217;anima &#8211; inerte e scura<br />
come la notte abbandonata al profumo<br />
una semenza ormai troppo matura</p>
<p>per dare ancora frutto, nel cumulo<br />
di una vita tornata stanca e acerba&#8230;<br />
Ecco Villa Pamphili, e nel lume</p>
<p>che tranquillo riverbera<br />
sui nuovi muri, la via dove abito.<br />
Presso la mia casa, su un&#8217;erba</p>
<p>ridotta a un&#8217;oscura bava,<br />
una traccia sulle voragini scavate<br />
di fresco, nel tufo &#8211; caduta ogni rabbia</p>
<p>di distruzione &#8211; rampa contro radi palazzi<br />
e pezzi di cielo, inanimata,<br />
una scavatrice&#8230;</p>
<p>Che pena m&#8217;invade, davanti a questi<br />
attrezzi<br />
supini, sparsi qua e là nel fango,</p>
<p>davanti a questo canovaccio rosso<br />
che pende a un cavalletto, nell&#8217;angolo<br />
dove la notte sembra più triste?</p>
<p>Perché, a questa spenta tinta di sangue,<br />
la mia coscienza così ciecamente resiste,<br />
si nasconde, quasi per un ossesso</p>
<p>rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?<br />
Perché dentro in me è lo stesso senso<br />
di giornate per sempre inadempite</p>
<p>che è nel morto firmamento<br />
in cui sbianca questa scavatrice?<br />
Mi spoglio in una delle mille stanze</p>
<p>dove a via Fonteiana si dorme.<br />
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze<br />
passioni. Ma non su queste forme</p>
<p>pure della vita&#8230; Si riduce<br />
ad esse l&#8217;uomo, quando colme<br />
siano esperienza e fiducia</p>
<p>nel mondo&#8230; Ah, giorni di Rebibbia,<br />
che io credevo persi in una luce<br />
di necessità, e che ora so così liberi!</p>
<p>Insieme al cuore, allora, pei difficili<br />
casi che ne avevano sperduto<br />
il corso verso un destino umano,</p>
<p>guadagnando in ardore la chiarezza<br />
negata, e in ingenuità<br />
il negato equilibrio &#8211; alla chiarezza</p>
<p>all&#8217;equilibrio giungeva anche,<br />
in quei giorni, la mente. E il cieco<br />
rimpianto, segno di ogni mia</p>
<p>lotta col mondo, respingevano, ecco,<br />
adulte benché inesperte ideologie&#8230;<br />
Si faceva, il mondo, soggetto</p>
<p>non più di mistero ma di storia.<br />
Si moltiplicava per mille la gioia<br />
del conoscerlo &#8211; come</p>
<p>ogni uomo, umilmente, conosce.<br />
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,<br />
furono vivi nelle vive esperienze.</p>
<p>Mutò la materia di un decennio d&#8217;oscura<br />
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò<br />
che più pareva essere ideale figura</p>
<p>a una ideale generazione;<br />
in ogni pagina, in ogni riga<br />
che scrivevo, nell&#8217;esilio di Rebibbia,</p>
<p>c&#8217;era quel fervore, quella presunzione,<br />
quella gratitudine. Nuovo<br />
nella mia nuova condizione</p>
<p>di vecchio lavoro e di vecchia miseria,<br />
i pochi amici che venivano<br />
da me, nelle mattine o nelle sere</p>
<p>dimenticate sul Penitenziario,<br />
mi videro dentro una luce viva:<br />
mite, violento rivoluzionario</p>
<p>nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva</p>
<p>IV<br />
Mi stringe contro il suo vecchio vello,<br />
che profuma di bosco, e mi posa<br />
il muso con le sue zanne di verro</p>
<p>o errante orso dal fiato di rosa,<br />
sulla bocca: e intorno a me la stanza<br />
è una radura, la coltre corrosa</p>
<p>dagli ultimi sudori giovanili, danza<br />
come un velame di pollini&#8230; E infatti<br />
cammino per una strada che avanza</p>
<p>tra i primi prati primaverili, sfatti<br />
in una luce di paradiso&#8230;<br />
Trasportato dall&#8217;onda dei passi,</p>
<p>questa che lascio alle spalle, lieve e<br />
misero,<br />
non è la periferia di Roma: &#8220;Viva</p>
<p>Mexico!&#8221; è scritto a calce o inciso<br />
sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,<br />
decrepiti, leggeri come osso, ai confini</p>
<p>di un bruciante cielo senza un brivido.<br />
Ecco, in cima a una collina<br />
fra le ondulazioni, miste alle nubi,</p>
<p>di una vecchia catena appenninica,<br />
la città, mezza vuota, benché sia l&#8217;ora<br />
della mattina, quando vanno le donne</p>
<p>alla spesa &#8211; o del vespro che indora<br />
i bambini che corrono con le mamme<br />
fuori dai cortili della scuola.</p>
<p>Da un gran silenzio le strade sono invase:<br />
si perdono i selciati un po&#8217; sconnessi,<br />
vecchi come il tempo, grigi come il</p>
<p>tempo,<br />
e due lunghi listoni di pietra<br />
corrono lungo le strade, lucidi e spenti.</p>
<p>Qualcuno, in quel silenzio, si muove:<br />
qualche vecchia, qualche ragazzetto<br />
perduto nei suoi giuochi, dove</p>
<p>i portali di un dolce Cinquecento<br />
s&#8217;aprano sereni, o un pozzetto<br />
con bestioline intarsiate sui bordi</p>
<p>posi sopra la povera erba,<br />
in qualche bivio o canto dimenticato.<br />
Si apre sulla cima del colle l&#8217;erma</p>
<p>piazza del comune, e fra casa<br />
e casa, oltre un muretto, e il verde<br />
d&#8217;un grande castagno, si vede</p>
<p>lo spazio della valle: ma non la valle.<br />
Uno spazio che tremola celeste<br />
o appena cereo&#8230; Ma il Corso continua,</p>
<p>oltre quella familiare piazzetta<br />
sospesa nel cielo appenninico:<br />
s&#8217;interna fra case più strette, scende</p>
<p>un po&#8217; a mezza costa: e più in basso<br />
- quando le barocche casette diradano<br />
ecco apparire la valle &#8211; e il deserto.</p>
<p>Ancora solo qualche passo<br />
verso la svolta, dove la strada<br />
è già tra nudi praticelli erti</p>
<p>e ricciuti. A manca, contro il pendio,<br />
quasi fosse crollata la chiesa,<br />
si alza gremita di affreschi, azzurri,</p>
<p>rossi, un&#8217;abside, pesta di volute<br />
lungo le cancellate cicatrici<br />
del crollo &#8211; da cui soltanto essa,</p>
<p>l&#8217;immensa conchiglia, sia rimasta<br />
a spalancarsi contro il cielo.<br />
È lì, da oltre la valle, dal deserto,</p>
<p>che prende a soffiare un&#8217;aria, lieve,<br />
disperata,<br />
che incendia la pelle di dolcezza&#8230;</p>
<p>È come quegli odori che, dai campi<br />
bagnati di fresco, o dalle rive di un<br />
fiume,</p>
<p>soffiano sulla città nei primi<br />
giorni di bel tempo: e tu<br />
non li riconosci, ma impazzito</p>
<p>quasi di rimpianto, cerchi di capire<br />
se siano di un fuoco acceso sulla brina,<br />
oppure di uve o nespole perdute</p>
<p>in qualche granaio intiepidito<br />
dal sole della stupenda mattina.<br />
Io grido di gioia, così ferito</p>
<p>in fondo ai polmoni da quell&#8217;aria<br />
che come un tepore o una luce<br />
respiro guardando la vallata</p>
<p>V<br />
Un po&#8217; di pace basta a rivelare<br />
dentro il cuore l&#8217;angoscia,<br />
limpida, come il fondo del mare</p>
<p>in un giorno di sole. Ne riconosci,<br />
senza provarlo, il male<br />
lì, nel tuo letto, petto, cosce</p>
<p>e piedi abbandonati, quale<br />
un crocifisso &#8211; o quale Noè<br />
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro<br />
dell&#8217;allegria dei figli, che<br />
su lui, i forti, i puri, si divertono&#8230;<br />
il giorno è ormai su di te,<br />
nella stanza come un leone dormente.<br />
Per quali strade il cuore<br />
si trova pieno, perfetto anche in questa<br />
mescolanza di beatitudine e dolore?<br />
Un po&#8217; di pace&#8230; E in te ridesta<br />
è la guerra, è Dio. Si distendono<br />
appena le passioni, si chiude la fresca<br />
ferita appena, che già tu spendi<br />
l&#8217;anima, che pareva tutta spesa,<br />
in azioni di sogno che non rendono<br />
niente&#8230; Ecco, se acceso<br />
alla speranza &#8211; che, vecchio leone<br />
puzzolente di vodka, dall&#8217;offesa<br />
sua Russia giura Krusciov al mondo -<br />
ecco che tu ti accorgi che sogni.<br />
Sembra bruciare nel felice agosto<br />
di pace, ogni tua passione, ogni<br />
tuo interiore tormento,<br />
ogni tua ingenua vergogna<br />
di non essere &#8211; nel sentimento -<br />
al punto in cui il mondo si rinnova.<br />
Anzi, quel nuovo soffio di vento<br />
ti ricaccia indietro, dove<br />
ogni vento cade: e lì, tumore<br />
che si ricrea, ritrovi<br />
il vecchio crogiolo d&#8217;amore,<br />
il senso, lo spavento, la gioia.<br />
E proprio in quel sopore<br />
è la luce&#8230; in quella incoscienza<br />
d&#8217;infante, d&#8217;animale o ingenuo libertino<br />
è la purezza&#8230; i più eroici<br />
furori in quella fuga, il più divino<br />
sentimento in quel basso atto umano<br />
consumato nel sonno mattutino.</p>
<p>VI<br />
Nella vampa abbandonata<br />
del sole mattutino &#8211; che riarde,<br />
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi<br />
riscaldati &#8211; disperate<br />
vibrazioni raschiano il silenzio<br />
che perdutamente sa di vecchio latte,<br />
di piazzette vuote, d&#8217;innocenza.<br />
Già almeno dalle sette, quel vibrare<br />
cresce col sole. Povera presenza<br />
d&#8217;una dozzina d&#8217;anziani operai,<br />
con gli stracci e le canottiere arsi<br />
dal sudore, le cui voci rare,<br />
le cui lotte contro gli sparsi<br />
blocchi di fango, le colate di terra,<br />
sembrano in quel tremito disfarsi.<br />
Ma tra gli scoppi testardi della<br />
benna, che cieca sembra, cieca<br />
sgretola, cieca afferra,<br />
quasi non avesse meta,<br />
un urlo improvviso, umano,<br />
nasce, e a tratti si ripete,<br />
così pazzo di dolore, che, umano,<br />
subito non sembra più, e ridiventa<br />
morto stridore. Poi, piano,<br />
rinasce, nella luce violenta,<br />
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,<br />
urlo che solo chi è morente,<br />
nell&#8217;ultimo istante, può gettare<br />
in questo sole che crudele ancora splende<br />
già addolcito da un po&#8217; d&#8217;aria di mare&#8230;<br />
A gridare è, straziata<br />
da mesi e anni di mattutini<br />
sudori &#8211; accompagnata<br />
dal muto stuolo dei suoi scalpellini,<br />
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il<br />
fresco<br />
sterro sconvolto, o, nel breve confine<br />
dell&#8217;orizzonte novecentesco,<br />
tutto il quartiere&#8230; È la città,<br />
sprofondata in un chiarore di festa,<br />
- è il mondo. Piange ciò che ha<br />
fine e ricomincia. Ciò che era<br />
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa<br />
cortile, bianco come cera,<br />
chiuso in un decoro ch&#8217;è rancore;<br />
ciò che era quasi una vecchia fiera<br />
di freschi intonachi sghembi al sole,<br />
e si fa nuovo isolato, brulicante<br />
in un ordine ch&#8217;è spento dolore.<br />
Piange ciò che muta, anche<br />
per farsi migliore. La luce<br />
del futuro non cessa un solo istante<br />
di ferirci: è qui, che brucia<br />
in ogni nostro atto quotidiano,<br />
angoscia anche nella fiducia<br />
che ci dà vita, nell&#8217;impeto gobettiano<br />
verso questi operai, che muti innalzano,<br />
nel rione dell&#8217;altro fronte umano,<br />
il loro rosso straccio di speranza.</p>
<p><font face="Arial" size="+1">1956</font></p>
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