IL COCOMERO
(Cesario)

Era finita da pochi anni la prima Grande Guerra, ma bisognava continuamente stare con gli occhi aperti.
Ero di guardia su di una spiaggia, pochi chilometri fuori Bari, dovevo sorvegliare che il nemico non arrivasse dal mare.
La notte se ne era andata, il sole si stava alzando e bello bello colorava il cielo e l'acqua con quei bei colori rossi e arancio tutti sfumati.
Dopo questo spettacolo di natura, per farmi passare il tempo, avevo già pensato a tutto, ed avevo camminato avanti e indietro, passo passo, per quel pezzo di spiaggia, non so neppure io quante volte.
Intanto cominciava a fare caldo, l'acqua nella borraccia era calda, gli scarponi dentro cominciavano a bollire, e quel cazzo di fucile pesava un quintale.
I sentimenti e la testa oramai se ne andavano per i fatti loro e le gambe non volevano più sentire nè ordini, nè ragioni.
Quel vigliacco di sole cominciava ad accanirsi contro di me, eppure sapeva che da lui non potevo difendermi .
Ero giovane e non avevo paura di nessuno, il mare era amico mio, sono stato un grande nuotatore; la terra, la conoscevo come le mie tasche, l'ho lavorata da quando ero bambino; ma il sole, quello no, non potevi mai sapere come trattarlo: senza preavviso e quando meno te lo aspettavi, ti trovavi bello e buono per terra, cucinato come un viccio... come si chiama in italiano? Un tacchino.
Davanti il mare, sotto i piedi sabbia, alle mie spalle qualche macchia verde di campagna e più dietro, lontano lontano, l'Arsenale militare. Faceva caldo, ma caldo come solo da noi a mezzogiorno sulla spiaggia può fare. Quel caldo che ti asciuga la bocca e i sentimenti e che ti fa zampillare sudore come la fontana di S. Nicola. Ogni tanto mi sciacquavo la faccia con l'acqua di mare: stavi fresco due minuti, ma poi era peggio, tutto il sale si attaccava e ti bruciava.
Non c'era un fiato di vento. Ero stufo: il cambio sarebbe arrivato dopo qualche ora, le ultime non passavano mai. Non passavano proprio mai. Così, senza accorgermene, cominciai a camminare col mare alle mie spalle ed arrivai davanti ad un bel campo, curato, non un filo d'erbaccia, quasi un miracolo che su quella terra salata crescessero quei bei frutti. Proprio un bel campo di cocomeri, che di lì a pochi giorni dovevano essere colti .
Che bellezza! Proprio quello che ci voleva per distrarsi un pò.
Come fu come non fu, cominciai a cercarne uno bello maturo.
Li odoravo, li bussavo, li pesavo: non pensare che sia una cosa da niente saper riconoscere un cocomero sciapo da uno buono e bello dolce .
Finalmente, fra tutti quei frutti ancora un po' acerbi, ne trovai uno che doveva essere proprio pronto, bello tondo e profumato.
Già me lo immaginavo tagliato a fette, sdraiato sopra un lastrone di ghiaccio… bello gelato, ah… che piacere.
Mi guardai intorno, per vedere se c'era qualcuno… niente, soltanto un punto nero più avanti sulla spiaggia, sì ,un altro disperato come me che faceva la guardia all'aria.
Staccai la baionetta dal fucile, ce la infilai facendo un buco e tirai fuori un bel pezzo di polpa rossa e sugosa, che solo a guardarla ti faceva l'acquolina in bocca e, come un fesso, ci tirai un morso.
Come potevo essere così scemo? Era caldo come un brodo, una vera schifezza! Per forza, era sotto il sole, come me, come poteva non essere cucinato?
Mi tovai così, in piedi sulla spiaggia, col mare di fronte e con questo cocomero bucato in mano.
A volte la calura e la gioventù ti giocano dei brutti scherzi e, senza quasi pensarci, mi sbottonai i pantaloni e lo infilai nella polpa calda, umida e sugosa.
Mentre facevo quello che "dovevo fare" col cocomero, come non so, ma cominciai a pensare a donna Celeste: una vedova bella in carne che abitava nella mia strada.
Io la vedevo sempre quando stendeva i panni nel cortile, e nonostante tutte quelle vesti e vesticelle, quando si chinava per raccogliere la biancheria dal bacile… diventavo pazzo!

Tu non ci crederai, ma quando finii, mi accorsi che mi ero innamorato di donna Celeste, ma… non ebbi mai il coraggio di dirle… che avevo fatto l'amore con lei .


IL COCOMERO
di Savino Cesario


LACATION: TAVOLINI DI UN BAR DI PIAZZA DI UN PAESINO DEL SUD - IL NONNO SEDUTO CON UN BICCHIERE DI VINO DAVANTI RACCONTA. (sottofondo musicale di musica popolare del Sud - chitarra, mandolino, tamburello-)

NONNO- Per noi non esisteva niente altro che la femmina.
Non avevamo cinema, televisione, la radio arrvò quando io ero già uomo.
Noi ragazzi, a quel tempo, avevamo solo un pensiero: trovare una donna! Ci bastava un niente per prendere fuoco: un pizzo di sottoveste che sbucava da una gonna, una camicia con un bottone aperto, uno scamiciato sbracciato… e subito la fantasia arrivava dove non doveva.
Mi ricordo di Donna Celeste, una vedova bella in carne, che abitava proprio di fronte a casa mia.
La vedevo sempre passare, avrei fatto non so che, pur di passare una notte nel suo letto.

SI VEDE UN DONNA DI 35/4O ANNI, IN ABBIGLIAMENTO CONTADINO ANNI 192O, CHE ATTRAVERSA UN CORTILE CON UN CESTO DI BIANCHERIA SOTTO IL BRACCIO.
SI FERMA DAVANTI AD UN FILO TESO TRA DUE PALI, POSA IL CESTO A TERRA E COMINCIA A STENDERE I PANNI. MENTRE SI CHINA A RACCOGLIERLI SI INTRAVEDONO I SENI DALLA SCOLLATURA. MENTRE COMPIE QUESTA OPERAZIONE, ALZA GLI OCCHI VERSO UNA FINESTRA E SORRIDE.

DIETRO LA FINESTRA, NELLA PENOMBRA, UN RAGAZZO DI CIRCA VENTI ANNI LA SPIA.

LA DONNA, SI ALLONTANA, VOLTANDOSI E SORRIDENDO ANCORA VERSO LA FINESTRA.
VOCE FUORI CAMPO

NONNO- Non riuscivo a levarmela dalla testa… fino a quando partii militare.

NELLO STESSO CORTILE SI VEDE IL RAGAZZO CON UN FAGOTTO IN SPALLA CHE SI ALLONTANA.
QUESTA VOLTA E' LA DONNA CHE SPIA DALLA FINESTRA.

VOCE FUORI CAMPO

NONNO- La prima guerra era finita da un pò, ma bisognava stare sempre con gli occhi aperti. Mi misero di guardia su di una spiaggia, a controllare che il nemico non arrivasse dal mare. Il cambio non arrivava mai!

LOCATION: A MEZZOGIORNO D'ESTATE SU DI UNA SPIAGGIA LUNGHISSIMA E DESERTA, SI INTRAVEDONO IN LONTANANZA A DISTANZA REGOLARE DI CIRCA 5OO METRI UNO DALL'ALTRO DEI MILITARI.

(SOTTOFONDO DI MUSICA ETNICA: LENTA CON SAPORE ARABEGGIANTE)

IL RAGAZZO IN TENUTA MILITARE ACCALDATO E SUDATO CAMMINA A PASSI LENTI E STANCHI AVANTI E INDIETRO SULLA SPIAGGIA.
SI FERMA E APPOGIANDOSI AL FUCILE SI ASCIUGA IL SUDORE.
PARLA DA SOLO, SUSSURRANDO. SI INTUISCE CHE IMPRECA.
GUARDA IL SOLE ALTO E COCENTE, POI IL MARE DAVANTI A SE.
ESTRAE DALLA TASCA UN PACCHETTINO DI "TRINCIATO FORTE" E SI ARROTOLA UNA SIGARETTA.
LA LINGUA E' ASCIUTTA E A FATICA LECCA LA CARTINA.
APRE LA BORRACCIA E BEVE L'ULTIMO SORSO D'ACQUA. DI NUOVO IMPRECA SOTTOVOCE.
ACCENDE LA SIGARETTA.
RIPRENDE IL FUCILE E FUMANDO RICOMINCIA A CAMMINARE AVANTI E INDIETRO.
CANTICCHIA UN MOTIVETTO, PRIMA PIANO PIANO, POI SEMPRE PIU' FORTE FINO A CANTARE A SQUARCIAGOLA (COME PER SFOGARSI). QUANDO SMETTE SCUOTE LA TESTA PRENENDOSELA FRA LE MANI. E' DISPERATO.
VA VERSO IL MARE E SI BAGNA LA FRONTE.
GUARDANDOSI INTORNO SI LEVA E VUOTA DALLA SABBIA GLI "ANFIBI", LE CALZE, SI MASSAGGIA UN PO' I PIEDI ARROSSATI E ACCALDATI, SI ARROTOLA I CALZONI SUL POLPACCIO ED ENTRA IN MARE FINO ALLE CAVIGLIE, COL FUCILE IN SPALLA, FINGENDO DI ESSERE ALL'ERTA. RIMANE QUALCHE SECONDO IN QUESTA POSIZIONE. BAGNA UN FAZZOLETTO, SE LO STENDE SUL VISO RIMANENDO QUALCHE ISTANTE CON LA TESTA RIVERSA SULLE SPALLE, POI, LO STRIZZA E SE LO ANNODA INTORNO AL COLLO.

RICALZA GLI SCARPONI.
RITORNA VERSO L'ARENILE E VEDE PROPRIO DI FRONTE A SE UNA MACCHIA DI VERDE, CI SI AVVICINA E VEDE UN CAMPO DI COCOMERI.
SI GUARDA INTORNO CON CIRCOSPEZIONE; LA SPIAGGIA E' SEMPRE DESERTA.
COMINCIA A "BUSSARE" E AD ANNUSARE I COCOMERI, UNO PER UNO, FINO A QUANDO SCEGLIE QUELLO MATURO.

MENTRE ESEGUE QUESTA AZIONE PARLA COI COCOMERI
RAGAZZO- Vieni qui bello mio… che ti mangio! ma ti voglio bello dolce e sugoso… oramai non mi scappi… ti mangio, sì che ti mangio… oramai non ti salvi… ti ho trovato!

SOLLEVA SODDISFATTO IL COCOMERO PRESCELTO.
SI RIGUARDA INTORNO, STACCA LA BAIONETTA DAL FUCILE, E, AFFONDANDOLA NEL FRUTTO SAGOMA UN QUADRATINO.
ESTRAE CON LA PUNTA DELLA BAIONETTA UN CUBETTO DI POLPA ROSSA E SUGOSA E AVIDAMENTE SE LA CACCIA IN BOCCA SPUTANDOLA SUBITO .

RAGAZZO- Fai schifo, caldo come una pisciata!

SI ASCIUGA LA BOCCA COL DORSO DELLA MANO.
GUARDA IL COCOMERO, IL BUCO CHE FA VEDERE LA POLPA ROSSA.
SI FERMA UN ATTIMO STRINGENDOLO CON LE DUE MANI ALL'ALTEZZA DEL BACINO COL BUCO RIVOLTO VERSO L'ALTO.
GUARDA ANCORA INTORNO E QUANDO SI E' SINCERATO CE NON CI SIA PROPRIO NESSUN0, SI SLACCIA I PANTALONI E INQUADRATO ALLE SPALLE COMINCIA AD "ACCOPPIARSI" COL FRUTTO.

SI VEDE IN DISSOLVENZA LA SCENA DELLA DONNA CHE ALL'INIZIO STENDEVA I PANNI E SORRIDEVA.

LA SCENA, RITORNA SULLA PIAZZA, DOVE IL NONNO E' ANCORA SEDUTO AL BAR.

NONNO- Tu non ci crederai, ma quando finii, mi accorsi che mi ero innamorato di donna Celeste, ma… non ebbi mai il coraggio di dirle… che avevo fatto l'amore con lei .


Savino Cesario


| I Racconti |